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    Categories: Retrospettive

Alfasud, storia di un ritratto d’Italia

Alfa Romeo Alfasud.  Un ritratto dell’Italia degli anni ’70.

È stato il tentativo di industrializzare il Mezzogiorno, e ha spinto lo Stato a portare la produzione dell’Alfa Romeo al Sud.
Da queste basi ha preso vita il progetto “Alfasud” che ha dato il nome a un modello concepito per soddisfare le esigenze della piccola borghesia, vogliosa di un’auto più grande di un’utilitaria ma che non poteva ancora permettersi berline del segmento superiore, come l’Alfetta.


L’anno d’inizio delle contestazioni giovanili, il 1968, coincideva con l’inizio del progetto capitanato dall’ingegnere austriaco Rudolf Hruska e dal designer Giorgetto Giugiaro.
La portata dell’obiettivo da raggiungere era importante come il tempo che ci è voluto per la commercializzazione: 4 anni.
Il successo di questo modello era direttamente legato ai posti di lavoro che offriva lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, costruito dagli stessi lavoratori che poi assemblarono l’Alfasud lungo le catene di montaggio, seguendo un sistema di assunzioni dettato da corruzione e clientelismo.

Il contesto italiano in cui ha esordito il modello era critico: erano gli anni di scioperi e contestazioni sindacali che vedevano il sistema Fordista-Taylorista in declino. Lo stesso declino che si creò nella fabbrica di Pomigliano, spesso svuotata dagli scioperi degli operai.
Le catene di montaggio subirono diverse interruzioni della fase produttiva. Ma non bastò e si andò oltre. Erano del 1974 i boicottaggi avanzati dagli operai: dentro gli scatolati delle scocche degli esemplari pronti alla commercializzazione vennero rinvenuti pezzi di lattine di Coca-cola; dentro i motori, materiali plastici di scarto e tanti bulloni allentati.
Gli angoli della fabbrica si trasformavano in luoghi arredati con stufe a gas dove prepararsi un piatto di pasta mentre la catena si immobilizzava.



Le contestazioni erano anche affiancate da una mentalità lontana dalla “fabbrica” e ancora legata alla terra: nelle estati lo stabilimento tornava a svuotarsi di operai che utilizzavano i certificati medici per dedicarsi alla raccolta di pomodori e patate. Quella di Pomigliano venne ben presto soprannominata la “Fabbrica della Patata”.
La difficoltosa produzione, che è stata la causa dei pochi e gravi difetti del modello, s’interfacciava tuttavia con un boom di richieste soprattutto nel nord-Italia. La ruggine, forse anch’essa figlia dei sabotaggi industriali, fioriva nelle Alfasud anche dopo 6 mesi di vita, rappresentando la ferita più profonda da dove ha iniziato a sgorgare il fluido della diffidenza nei confronti del modello.

Alfa Romeo Alfasud. L’aerodinamica era uno dei suoi punti di forza.

L’Alfasud, concepita per intercettare il pubblico delle famiglie, strizzava l’occhio ai giovani con la versione “ti” più sportiva, a due porte.
E rispecchia il suo periodo, dove la ricerca della libertà si proietta negli interni che sono di generose dimensioni e che, all’occorrenza, possono trasformarsi in un abitacolo ancora più intimo: gli schienali anteriori, reclinabili al filo del divano posteriore, creano una superficie piatta, come quella di un letto.
Non solo pubblico giovanile dunque: l’Alfasud vanta un volume della bauliera pienamente sfruttabile grazie all’adozione di cerniere esterne per il portellone posteriore. Entrano bene anche le valige ingombranti delle vacanze.
Gli anni della ricerca di emozioni vengono vissuti, al posto guida della piccola Alfa Romeo, grazie alla bassa seduta, al volante regolabile in altezza, all’accattivante quadro strumenti. La fantasia della guida sportiva velocizza anche il cambio di marcia, rapido e ben sincronizzato con una società in forte rivoluzione.

Alfa Romeo Alfasud. Indimenticabile il design del posteriore.

Le ruote dell’Alfasud montano pneumatici più larghi, gli stessi montati nelle berline di categoria superiore (165/70). E divorano l’asfalto insanguinato dei delitti terroristici degli anni di piombo, così come quello freddo dei valichi alpini verso il nord Europa durante gli anni delle emigrazioni dal Mezzogiorno d’Italia in cerca di lavoro.
Il rosso della vernice, il bianco della speranza, ed il verde del cognome dell’attore che l’ha portata al cinema, rievocano un’italianità fatta di tragica comicità e ben interpretata da un’autovettura che, col tempo, diventerà tragicamente comica grazie al ricordo che lascia di se: la ruggine.
A distanza di quarant’anni dalla sua nascita tuttavia, il tempo sta pian piano scoprendo ciò che in fondo non si è mai ossidato: il valore del potenziale tecnologico contenuto in un progetto studiato per offrire una soluzione nuova dove far convivere razionalità e sportività. “Nonostante tutto era una gran macchina”.

Alfa Romeo Alfasud. Un’auto avveniristica a livello tecnico.

Nata nella primavera del 1972 da un’idea di modernità assoluta, l’Alfasud rappresenta le due facce dell’Italia: la genialità e la disorganizzazione. Il progetto avveniristico dettò le regole della sicurezza attiva: i freni a disco sulle quattro ruote vennero dotati di un circuito idraulico supplementare di emergenza. Grazie all’adozione di freni in-board sull’asse anteriore, l’Alfasud aveva una certa tendenza a non bloccare le ruote in caso di brusca frenata.
Non solo sicurezza attiva: il serbatoio posto per la prima volta in un’auto di serie in posizione protetta sotto il divanetto posteriore, la scocca a deformazione progressiva ed il piantone sterzo pre-collassato, furono elementi importanti nel curare l’attenzione verso la sicurezza passiva. Le ruote anteriori, caratterizzate da una campanatura fortemente negativa, regalarono al modello formidabili doti di tenuta di strada e di stabilità.
Nata con il vento dell’ottimismo in poppa l’Alfasud, il vento, lo doveva penetrare nel migliore dei modi: era il periodo nel quale il petrolio scarseggiava e la benzina costava molto.

Alfa Romeo Alfasud. Gli interni della versione ti.

A tal scopo, il motore Boxer, di nuova concezione, posto a sbalzo in avanti sull’asse anteriore oltre ad essere lontano dall’abitacolo per non disturbare troppo con il suo rumore gli occupanti, era caratterizzato da ingombri contenuti, permettendo a Giugiaro di disegnare un cofano molto basso, molto aerodinamico. Come aerodinamico era il posteriore a coda tronca limitato da fiancate fin troppo tondeggianti per i canoni stilistici dell’epoca. Il propulsore, all’inizio progettato su una cubatura di 1490cc (che poi sarà quella di una delle ultime versioni), venne quindi portato a 1186cc.
Il canto del Boxer Alfa Romeo entrò ben presto nelle simpatie dei più convinti alfisti che ancora sentivano solo il rombo del tradizionale “bialbero”. L’Alfasud era l’auto che da Napoli si spostava verso Milano in corsia di sorpasso superando la concorrenza della sua categoria in termini di caratteristiche tecniche e di velocità. E lo faceva in quarta perché la quinta, nel 1972, rischiava di essere troppo costosa per chi ambiva a guidarla.
Solo nel 1976, con l’Alfasud “5m”, avvenne il sorpasso dalla quarta alla quinta marcia che non poteva più mancare per un’auto del segmento medio. Le versioni successive videro un ampliamento della gamma motori attraverso l’adozione di cilindrate superiori, come 1280cc, 1350cc e 1490cc. Non mancarono i restyling degli interni, radicali con le terza serie, dove comparvero i paraurti in plastica e gruppi ottici posteriori ingranditi, che annunciavano l’arrivo degli anni ‘80.

Flaminio Massetti:

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  • "Non solo sicurezza attiva: il serbatoio posto per la prima volta in un’auto di serie in posizione protetta sotto il divanetto posteriore, la scocca a deformazione progressiva ed il piantone sterzo pre-collassato, furono elementi importanti nel curare l’attenzione verso la sicurezza passiva. "

    Non mi sembra corretto: per certo nel 1955 la Citroen DS aveva gia' queste caratteristiche... oltre a tante altre.

    • Parliamo di due categorie differenti. I confronti si fanno tra auto dello stesso segmento. È' ovvio che auto di lusso prevedessero già certe caratteristiche.

  • Esatto. L'Alfa Romeo Alfasud è stata tutto questo. Da un lato "genialità", poichè il suo progetto era in effetti considerabile come assolutamente geniale, ma dall'altro lato "disorganizzazione", perchè purtroppo a a causa del pessimo clima che regnava nello stabilimento in cui avveniva la sua produzione, u progetto validissimo sotto tutti i punti di vista venne tradotto in realtà nel peggior modo possibile.

  • L'unica cosa che si salva è i motore boxer. Per il resto l'auto, oltre ad assere assemblata coi piedi ( tanto da essere definita all'epoca l'auto degli sfigati) diventava velocemente un pezzo di ruggine. Da dimenticare.

  • un auto bella all'inizio, da schifo per la ruggine poi con i freni che a causa dei dischi coperti da delle lamiere smettevano di funzionare.
    ...un tipico prodotto italiano

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